7 anni di Lotito e Mezzaroma: dal miracolo sportivo alle offese ai tifosi. Ora c’è l’obbligo di puntare alla A

7 anni di Lotito e Mezzaroma: dal miracolo sportivo alle offese ai tifosi. Ora c’è l’obbligo di puntare alla A

“Si chiamerà Salerno Calcio, avrà una maglia con i colori del Comune e lo stemma di San Matteo sul petto. Non possiamo usare il marchio, con questi simboli faremo capire immediatamente a tutti chi siamo e da dove veniamo“. Con queste parole pronunciate esattamente 7 anni fa a Palazzo di Città, l’ex Sindaco Vincenzo De

Si chiamerà Salerno Calcio, avrà una maglia con i colori del Comune e lo stemma di San Matteo sul petto. Non possiamo usare il marchio, con questi simboli faremo capire immediatamente a tutti chi siamo e da dove veniamo“. Con queste parole pronunciate esattamente 7 anni fa a Palazzo di Città, l’ex Sindaco Vincenzo De Luca gelò la tifoseria granata che, pur consapevole di dover ripartire dalla serie D, sperava almeno di conservare la tradizione storico-sportiva. Mentre Lotito e Mezzaroma, scelti a furor di popolo tra sette cordate che obiettivamente di garanzie ne fornivano ben poche, presentavano il progetto parlando addirittura di una “squadra che merita di riprendere la ribalta a livello nazionale e non solo”, all’esterno del Comune circa 250 tifosi chiedevano a gran voce “marchio, colore e denominazione” inaugurando il tormentone che accompagnerà tutto il percorso dei blaugranata. Quella società, partita davvero senza palloni, tra lo scetticismo generale, senza mezzo calciatore di proprietà e con l’incognita della categoria, garantì immediatamente un investimento importante per ripartire dalla D e non dall’Eccellenza ripulendo nel tempo e in tutt’Italia l’immagine di una società che era stata infangata da partite fasulle, penalizzazioni, due fallimenti e conferenze stampa di presunti imprenditori italo-americani fuggiti chissà dove ancor prima di iniziare. Per fortuna. Fatto che che Lotito e Mezzaroma ereditarono una patata bollente e dare per scontato quanto fatto soprattutto nei primi anni significa peccare di presunzione. Molte realtà importanti quanto e più di Salerno non sono riuscite nella scalata (qualcuno a pochi chilometri ringrazierà a vita i ripescaggi), qui invece con grandissima dignità e senza favori di nessun genere sono stati vinti in tempo record tre campionati e due coppe. Un miracolo sportivo, passato attraverso investimenti sostanziosi. Quando in D porti un dirigente come Pagni e calciatori come Biancolini, Mounard, De Cesare, Caputo, Montervino e Giubilato, ti ripeti in C2 con Molinari, Guazzo, Ginestra e Mancini e convinci gente come Calil, Gabionetta, Foggia, Volpe, Colombo e Pestrin a scendere di categoria significa che sei una società solida, rispettata, stimata e che bene fa a vantarsi anche di due trofei messi in una bacheca eccessivamente vuota. Non sarà la coppa dei campioni, ma la Salernitana ha vinto ciò che era in palio in quel momento ed anche questa è storia.

Nel mezzo, però, anche un rapporto con la piazza mai decollato a causa di una serie di vicissitudini che hanno fatto storcere il naso. Dalle ironie sul “cavalluccio a dondolo” a quelle maglie più vicine al viola che al granata senza dimenticare il “ricatto” della “campagna acquisti importante in cambio di 10mila abbonamenti”, il tormentone del “vi ho preso dall’Eccellenza, che storia avete alle spalle?” e campagne marketing non sempre efficaci e che poco hanno saputo incentivare le nuove generazioni. Di difficoltà ce ne sono state tante: lo show di Somma in conferenza stampa stava quasi facendo scocciare Mezzaroma, lui che per carattere e modo di vedere il calcio è diametralmente opposto al cognato e che è sempre riuscito, in passato, a gettare acqua sul fuoco senza mai alimentare il vento delle polemiche. Indimenticabili anche la fuga di Perrone prima della partenza per il ritiro, il blitz al Mediterranea per capire chi stesse creando problemi allo spogliatoio spifferando all’esterno fatti che dovevano restare segreti (e qualcuno è andato via molto recentemente, per fortuna), la scelta di far pagare 10 euro per un’amichevole estiva in Umbria, quella frase “abbiamo dato tanto senza ricevere nulla in cambio” che lasciava intendere un piccolo strappo con l’amministrazione comunale. I meriti della società, però, non sono solo di tipo sportivo: aver ripreso il marchio dopo 8 mesi ponendo fine a una querelle di 10 anni è un qualcosa di molto importante così come aver investito risorse per mettere a nuovo il terreno di gioco dell’Arechi e il sistema di drenaggio, altro problema che si trascinava da decenni e che il Comune aveva colpevolmente trascurato.

In B qualcosa è cambiato e di errori ne sono stati commessi tanti. Il primo anno è arrivata una salvezza miracolosa soprattutto grazie ai problemi del fallito Lanciano, in quello successivo una metà classifica dignitosa senza mai avvicinarsi concretamente ai play off, il terzo sarebbe stato il più anonimo degli ultimi venti se Minala non avesse deciso di regalare una gioia immensa in quel di Avellino. Gli investimenti non sono mancati e poter chiudere un bilancio in attivo, di questi tempi e con tante realtà che falliscono è un merito che non va assolutamente sottovalutato. Meglio un imprenditore che spegne gli entusiasmo anche a costo di risultare impopolare e che tiene i conti a posto piuttosto di un avventuriero che fa il passo più lungo della gamba e si ritrova nella fossa e senza via di uscita. Che poi pagare gli stipendi sia un atto dovuto e non un merito è altrettanto vero: elogiare la gestione aziendale è qualcosa di diverso. Ora però è giunto il momento di fare il salto di qualità, di smetterla di guardare sempre chi sta peggio e di regalare a quei 6-7mila innamorati a prescindere che hanno dato fiducia da sempre contribuendo alla rinascita un sogno che si chiama serie A. Cari presidenti, Salerno è stata scippata di questa categoria (con il dramma dei 4 morti che ancora oggi è ferita apertissima) e nell’anno del centenario avete l’occasione per entrare per sempre nella storia. Perchè chi scrive non ha mai creduto nella cantilena della multiproprietà: è alibi per chi non vuole andare allo stadio ed è frase di tendenza per chi vuole fare proselitismo su facebook. L’escamotage- legale, sia chiaro- è stato trovato e nemmeno il miglior regista di film si sognerebbe mai di immaginare che la Salernitana, se nona in classifica, perda appositamente la partita successiva. Sono due imprenditori troppo intelligenti per non capire quanto la promozione in A farebbe entrare nelle tasche. Cosa manca? Anzitutto l’entusiasmo. Ricordiamo ancora Mezzaroma presente in casa e fuori e Lotito sotto la curva o al Vestuti con tutta la sua famiglia. Oggi c’è un distacco emotivo, prima che fisico. Perchè non è possibile allenarsi a porte chiuse, perchè non esiste al mondo annullare le conferenze, perchè le maglie non sono granata e il marketing è lacunoso, perchè ci sono nuove generazioni da riconquistare, perchè a volte bisognerebbe fare “mea culpa” e non pensare sia sempre colpa di fattori imponderabili.

In fondo se la gente si aspetta tanto è perchè riconosce grandi qualità economiche e imprenditoriali a questo tandem. Di meglio, ad ora, in giro non c’è e pensare sempre che l’erba del vicino sia più verde è un errore. Probabilmente con altri presidenti oggi si galleggiava per davvero, ma in categorie ancora più basse. Aver vinto tutto troppo presto ha fatto dimenticare che sette anni fa, a quest’ora, il cavalluccio giaceva mortificato in un’aula di tribunale e ci si preparava al grande derby con l’Internapoli, quando un portiere sconosciuto e abbastanza scarso sfruttò la vetrina dell’Arechi per una sceneggiata napoletana che gli garantì un minimo di popolarità. Oggi la Salernitana è consolidata in B, ha un bilancio gestito in modo oculato, ma per chiudere il cerchio occorre investire. E non solo nella prima squadra. Serve un grande settore giovanile, una rete di osservatori anche internazionale, un approccio diverso soprattutto sul piano emotivo. Perchè se, ad oggi, dopo tre campionati vinti, due coppe, marchio ripreso, Arechi perfetto e zero euro di debiti sono stati sottoscritti 1000 abbonamenti significa che è il rapporto con la piazza il principale tallone d’Achille della gestione di Lotito e Mezzaroma. Nei matrimoni nel settimo anno c’è la tradizionale crisi e in effetti mai come ora c’è un clima di grande distacco intorno alla Salernitana. Ma i patron hanno tutto per poter far ricredere i più scettici. Guai a sottovalutare quanto hanno fatto e stanno facendo per la Salernitana. Ma si è soltanto a metà dell’opera. 7 anni di Lotito-Mezzaroma, tra risultati sportivi ottimi e quell’obbligo morale di mantenere la promessa: “Riportare Salerno al top del calcio nazionale e internazionale”.

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