Pronti per una nuova avventura. Tra un sogno e quella chiamata di Lotito alle 2 di notte…

Pronti per una nuova avventura. Tra un sogno e quella chiamata di Lotito alle 2 di notte…

Forza Salernitana! Mia madre è sempre stata un po’ gelosa, mi ha detto che sono state queste le prime parole pronunciate sin da piccolissimo e del resto buona parte della mia vita l’ho dedicata a questa squadra e a questa città.  In questi anni mi sono dovuto dividere tra il mio essere tifoso e il

Forza Salernitana! Mia madre è sempre stata un po’ gelosa, mi ha detto che sono state queste le prime parole pronunciate sin da piccolissimo e del resto buona parte della mia vita l’ho dedicata a questa squadra e a questa città.  In questi anni mi sono dovuto dividere tra il mio essere tifoso e il mio essere giornalista, qualcosa che “nell’ambiente” ha suscitato diverse critiche, ma che ha portato tanti tifosi a vedermi come “uno di loro”. Certo è che ripartire subito dopo la chiusura dell’esperienza con Granatissimi ha rappresentato una grande sorpresa anche per me. Perché in fondo quel marchio per il sottoscritto era quasi identificativo. Non ero più “Gaetano Ferraiuolo”, ma “quello di Granatissimi”, come confermò il presidente Claudio Lotito in una telefonata che mi fece alle due di notte del 7 agosto 2013. Stavo dormendo in attesa di festeggiare il mio onomastico, improvvisamente squilla il telefono e mi appresto a rispondere con solerzia leggermente spaventato. E’ andata grossomodo così. “A Granatì, sò er presidente”. “Chi presidente?” “A Granatì, er presidente. Quanti presidenti c’hai?”. “Presidente Lotito, mi dica”. “M’hanno detto che hai scritto che nello spogliatoio c’è qualcuno che spiffera, secondo te chi è?”. Stavo per rispondere, gli squilla un altro telefono, chiude. Richiamo. “Presidente, sono Ferraiuolo. Stavamo dicendo?”. “E che vuole a quest’ora, chiamame domani che c’ho da fa”. Vi lascio immaginare lo sgomento.

Granatissimi, e chi mi conosce bene lo sa, è stata la mia seconda famiglia per tanto tempo, un giornale che ha rappresentato un punto di riferimento per il popolo del cavalluccio, ma che negli ultimi tempi aveva diviso Salerno in due fazioni. Se si scriveva “pro” eravamo i “Fabianissimi”, se si scriveva contro “ i destabilizzatori”, solite cantilene che fanno parte del gioco e che confermano la tesi de “l’importante è che se ne parli”.

Quando le luci dei riflettori sembravano essersi spente ecco però la sorpresa, una manifestazione di stima e d’affetto da parte di un editore e un direttore che sono anzitutto amici e che hanno inteso puntare su di me. Che sia stata una scelta vincente o atto meramente masochistico lo stabilirà il tempo. Da dove ricominciamo, dunque? Da quel pomeriggio del 29 maggio, quando mi si propose di portare avanti un progetto tutto mio! Un’occasione di crescita umana e professionale che mi potrà permettere di abbinare la passione per i colori granata alla volontà di migliorare in quello che è diventato il mio lavoro. In questi anni in tanti hanno provato a farmi anteporre la razionalità all’emotività. Tanto per dirne una, anche gli amici di OttoChannel m’hanno messo a dura prova in tempi piuttosto recenti. Accredito per Avellino-Salernitana, ovviamente in mezzo ai colleghi e ai tifosi irpini. “Mi raccomando, comportati bene e contieniti: sei un giornalista” il mantra che ho ascoltato per due mesi, nei quali ho fatto psicoterapia, preso ansiolitici, fatto un corso di training autogeno pur di arrivare al Partenio con un trasporto emotivo “normale”. Vai mai a pensare che quel disgraziato di Minala segna sotto i tuoi occhi al 96’? E vai a pensare che l’unica volta in vita mia che ho contenuto la mia esultanza mi sono ritrovato massacrato da entrambe le tifoserie? Alla mia sinistra gli avellinesi che hanno fatto il tiro al bersaglio lanciandomi una ventina di bottiglie, alla mia destra i “nostri” che ci sfottevano pensando fossimo tifosi biancoverdi.

Del resto la vita del giornalista è sempre un po’ movimentata. In questi anni gli aggettivi che mi descrivevano (i tifosi sono sempre molto attenti a quello che scrivi) variano dal “giornalaio”, al “pennivendolo” passando, senza riscuotere il premio, dal via. E già! Il mestiere del giornalista è un po’ come una partita del Monopoli e a volte, tirando il dado, ti puoi trovare anche ad affrontare un imprevisto o una probabilità. Per la serie: “Come fai fai è sempre sbagliato” o quasi. Ma sono andato anche in prigione! Ebbene, il mio amore sproporzionato per la maglia mi ha portato anche ad avere dei Daspo dirigenziali che sono degli allontanamenti temporanei o definitivi dalla tribuna stampa. Sono stato il primo nell’era Lotito-Mezzaroma, un record quasi da custodire gelosamente.  Questo mondo così variegato mi ha fatto vivere tante esperienze contrastanti, a volte intrise di ipocrisia. Il paradosso: lo steward che prova ad “importi” il voto alto per il calciatore amico; l’allenatore che ti chiama e dice: “Io non leggo mai niente, ma mi hanno riferito..”,  la “Sfinge” Fabiani che quando dice “Non lo stiamo trattando” o “Non ci interessa” in realtà ha già fatto firmare il contratto. In questi anni sono diventato famoso anche a Verona. Avete presente l’incazzatore personalizzato? Io sono diventato il loro numero amico. Racconto i fatti. Il caso Mandorlini alla vigilia della finale play off, lo ricordate? Galeotta fu una ingenua foto pubblicata su Facebook. Un simpatico giornale di Verona pubblicò mio nome, cognome e numero di telefono e ho avuto il “piacere” di ascoltare per una settimana insulti in lingua veneta. Quando segnò Carrus per 45 minuti ho ritrovato la pace, poi ho dovuto cambiare numero e certamente non mi conviene andare a fare in futuro una vacanza nella simpatica città di Giulietta.

L’avventura è stata lunga, spesso difficile e in pochi immaginano i sacrifici- spesso a spese proprie- che vengono fatti per cercare di fornire un buon servizio. Come dimenticare le nottate a parlare a telefono con i “superiori” perché c’era qualche notizia scomoda, ma l’amore per la Salernitana imponeva il silenzio per non creare problemi e tensioni. Ricordo ancora il pomeriggio del 29 giugno 2012, quando tenni una conferenza stampa presso la sede del CCSC per presentare un memorial. Il destino volle che pochi minuti dopo fui tra i pochissimi e per puro caso ad ascoltare la “trattativa” in viva voce tra Energy Power, Salerno Calcio e avvocati per il ritorno del marchio sulle maglie. “Sabato prossimo compriamo il cavalluccio, a patto che nessuno dei giornalisti presenti lì da voi pubblichi un solo rigo sulla vicenda”. Potevo fare lo “scoop”, era la notizia più attesa del momento. Non l’ho detto nemmeno a mia madre, che pure mi vedeva saltellare di gioia per casa cantando “marchio, colore, denominazione…noi rivogliamo la tradizione” pensando che quelle maglie blu e rosse e lo stemma religioso m’avessero fatto definitivamente impazzire.

Quando “A Granatì” ha saputo che avrebbe interrotto il rapporto lavorativo con il sito ha pensato- per la gioia di qualcuno- di cambiare mestiere: basta commenti offensivi, basta “frecciatine” della “concorrenza”. Finalmente si torna allo stadio, con la sciarpa, la bandiera e con la possibilità di andare a festeggiare con gli amici un’eventuale vittoria senza l’obbligo di correre in sala stampa per sentire che “l’unico modo che abbiamo per risollevarci è lavorare”, “sono a disposizione del mister”, “non parlo dei singoli, conta il gruppo” e “pensiamo partita dopo partita, ogni gara è una finale”. Però. Però poi ti chiama Angelo Ferraro che, insieme al direttore Alfonso Pierro, è anzitutto un amico. Ti butta lì un’idea. Ci pensi, ti prepari mentalmente a rimetterti in gioco sapendo che stavolta ci metti nome e cognome e le critiche saranno triplicate. 25 novembre 2009, ero ancora giovane e non avevo la pancia. Entrai nella redazione del “Nuovo Salernitano” chiedendo di sostenere un periodo di prova perché il mio sogno era quello di fare il giornalista. Iniziai subito. Partendo dalla Primavera, dagli sport minori. Quando il grande Dario Cioffi mi chiamò dopo qualche tempo per farmi seguire per la prima volta la prima squadra provai un’emozione indescrivibile. “Uagliò, fare il giornalista è un mestiere bellissimo, ma quando hai la penna in mano è come se avessi una pistola: cerca di essere sempre responsabile e sappi che hai scelto una strada complessa. Capiteranno momenti no: testa alta e vai avanti” fu la frase che diede vita al mio percorso in questo mondo così variegato. Me l’ha ripetuta appena ha saputo della separazione da Granatissimi, la prima chiamata che ho ricevuto.

E ora si riparte, con questa ondata di entusiasmo che deve essere un traino per il nuovo progetto editoriale. Voglio essere un giornalista tifoso e scanzonato. Voglio raccontare a modo mio, unendo fede, passione e professionalità, il percorso della Salernitana. Perchè la frase “è bravino, ma è troppo tifoso” personalmente non l’ho mai capita, mi sa tanto di controsenso. E’ come chiedere ad un prete di celebrare la messa in modo ateo. Abbiamo la fortuna di parlare di sport, di calcio, di pallone. Non di cronaca nera. E se ci metti emozione, sentimento e non rinneghi le tue origini la gente sa che sei “uno di loro” e che non inventeresti mai una notizia per un click in più e che sei pronto a “difendere” la Salernitana e a sostenerla soprattutto nei momenti di difficoltà senza dimenticare le responsabilità che il tesserino di giornalista impone ogni giorno. Proverò, dunque, a frullare questi elementi tutti insieme per ottenere un mix “esplosivo”. Sto, ovviamente, facendo le prove. Devo dosare in modo omogeneo questi tre elementi. Al momento il risultato è “ilferraiuolo.it”. Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo grazie di cuore a chi ha creduto in me, a quelle persone che mi hanno sostenuto in questi anni, a quegli amici che sono diventati il mio dodicesimo uomo (nominarli tutti sarebbe ingiusto, un abbraccio particolare va però ad Enzo e Francesco Lodato, Paolo Sessa, Antonio Fontanella, gli amici della “cena granata”, Enzo D’Andria, Alessandro Colucci, Umberto Petolicchio, Gabriele Stanzione, Gianluca Francese, Antonio Carmando, Salvatore Clemente, Corrado e Giovanni Barbarisi, tutto il gruppo de “Il Bello dello Sport”, Andrea Criscuolo, Riccardo Santoro e Raffaele Sarno, lo “stalker” dei social che mette mi piace a un post ancor prima che sia pubblicato, ma che ha sempre trasmesso forza ed entusiasmo), alla mia famiglia e soprattutto a mia madre Annamaria Capezzuto che nell’ottobre del 1997 mi ha portato allo stadio per la prima volta per “mischiarmi” la sua fede granata. Giocammo col Pescara, vincemmo 5-1: era un segno del destino. Ricordo che dopo i gol mi aspettavo i replay, che all’arbitro bisognava dare del “cornuto” a prescindere e che quella maglia granata mi è rimasta dentro e di uscire dalla mente non ne volle proprio sapere. Sono 21 anni, sembra ieri. Sono convinto che il bello debba A…ncora venire. Grazie a tutti quei tifosi che impreziosiscono gli articoli con decine e decine di commenti su facebook, che ti scrivono in privato: “Ma allor, a chi accatt a Salernitan?”, che dimostrano di seguirti e non puoi tradire la loro fiducia. Quelli che ti dicono “Sei uno dei migliori” e quelli che hanno scritto: “Speravamo di essercelo tolto dalle scatole”. E grazie, perchè no, anche ai critici: per citare gli amici di “Lotito Santo Patron della Salernitana” da oggi avrete di nuovo dove sfogarvi….

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