Quando la Salernitana è famiglia. Il gruppo “Cena granata” racconta la storia a Sant’Eustachio tra lacrime e…fughe dai viaggi di nozze

Quando la Salernitana è famiglia. Il gruppo “Cena granata” racconta la storia a Sant’Eustachio tra lacrime e…fughe dai viaggi di nozze

Era la calda estate del 2014 e, come sempre, la voglia matta era quella che iniziasse la stagione della Salernitana per ritrovare gli amici di sempre e rivedere le magliette granata scorrazzare su un manto erboso. Quell’anno ricordo che c’era un clima di grande entusiasmo, soltanto in minima parte scalfito da quella conferenza stampa di

Era la calda estate del 2014 e, come sempre, la voglia matta era quella che iniziasse la stagione della Salernitana per ritrovare gli amici di sempre e rivedere le magliette granata scorrazzare su un manto erboso. Quell’anno ricordo che c’era un clima di grande entusiasmo, soltanto in minima parte scalfito da quella conferenza stampa di Somma dimenticata molto presto perchè, alla fine, vincemmo il campionato e tutto il resto fu messo nel cestino e ricordato come chiacchiere e basta. Prima di partire per il ritiro di San Vito di Cadore, la Salernitana si ritrovò per qualche giorno al campo Volpe e, nonostante i 45 gradi all’ombra e un mercato che come sempre non entrava nel vivo, c’erano una cinquantina di persone che decisero arbitrariamente di trascorrere le vacanze allo stadio e non con la famiglia sulla spiaggia. C’era Carmine il Maresciallo che, appellandosi alla fede religiosa, mostrava ai calciatori e all’allenatore tutti i Santini e le Madonne che aveva nel portafoglio bestemmiandoli però puntualmente dieci minuti dopo perchè Scognamiglio aveva firmato per il Benevento. C’era Raffaele, onnipresente tifoso granata che si propose come baby sitter di Grassi junior affinché il padre non tornasse in Toscana “perchè Pontedera un panorama come questo se lo sogna, noi siamo Rio de Salerno”. C’era l’implacabile Alfredino, delegato alla sicurezza talmente preciso e pignolo nel suo lavoro che talvolta non permetteva nemmeno ai giocatori di entrare per fare allenamento. Come spesso accade (ed è la cosa più bella dell’amore per la Salernitana) chiacchiera oggi e chiacchiera domani ecco nascere con qualcuno di quei 50 “folli” un rapporto di amicizia davvero speciale, che ancora oggi sfocia in cene settimanali con menu totalmente….granata. C’erano Enzo e Francesco Lodato, due persone vulcaniche ed estremamente competenti. Enzo, a Cava, è un’istituzione: è uno di quelli che ha lasciato la moglie in albergo durante il viaggio di nozze per andare a Bergamo a vedere la partita, che corre più dei calciatori nell’anello inferiore dei distinti e che potrebbe pretendere il rimborso del biglietto perchè quando attaccano gli avversari si gira di spalle e la gara la vede poco o nulla, che litiga anche con i familiari se gli si tocca la sua Salernitana.

C’era Vincenzo D’Andria, anche lui “cavaiuolo” di nascita, ma “pisciaiuolo” nel cuore, così come c’era la triade Alessandro-Alberto-Giovanni, bravi ragazzi che seguono con passione la Salernitana e che ogni sabato venivano a casa mia a vedere la partita esorcizzando la tensione vestendo con una maglia rigorosamente granata la Madonnina che avevo in salotto “perchè ha un saio bianco e azzurro, con la maglia di Gabionetta è decisamente più elegante”. Sarà un caso, ma questo gesto apparentemente blasfemo ha portato in dote almeno 15 punti: solo quando abbiamo chiesto ai Piani Alti di far segnare Joao Silva hanno allargato le braccia in segno di resa. Per la serie “Lì nemmeno un miracolo può sbloccare la situazione”. Tornando a quell’estate ricordo anche Paolo Sessa, super tifoso di Battipaglia che, con la sua saggezza e con grande equilibrio, invitava tutti a sostenere la squadra. Quel gruppetto di persone che a stento si conoscevano di vista è diventato oggi una grande famiglia, con il gruppo whatsapp “Cena Granata” tempestato quotidianamente (e anche in piena notte) di messaggi di commento sulla Salernitana. Tutto impreziosito dalla presenza del collega e amico Corrado Barbarisi, dal direttore del Bellodellosport Alfonso Pierro, da Antonio Fontanella passato alla storia per le grandi imitazioni di Lotito, dal giovane, ma tifosissimo Manuel D’Amelia, da Alberto D’Aiuto che, incarnando in pieno lo spirito del tifoso granata, per un anno intero dice che Bocalon è “l’attaccante più scarso d’Italia” e poi scrive che “cederlo sarebbe un grave errore, Lotito vattene”. C’è poi Alessandro Colucci, unico estimatore europeo di Menichini al punto che per ricordarne le gesta ha affisso alla parete la sua foto con gli occhiali da sole in una partita in notturna, mentre studiava la mossa tattica di Pestrin difensore centrale e teneva Coda in panchina per le partite decisive. Come dimenticare Giovanni Apostolico, lo “stalker” dei social che fa concorrenza a Raffaele Sarno e che ancora oggi domanda a chiunque se Bollini abbia rinnovato il contratto. Si sono aggiunti Raffale Napoli (ehm, cognome assolutamente da cambiare!), Enzo Iannone (che, per motivi di difficile comprensione, ultimamente parla più di pasticceria che di mercato) e il piccolo grande Aldo, con un cuore metà juventino che perdoniamo solo perchè le zebre hanno fatto soffrire l’asinello.

La Salernitana per noi è tutto questo: ritrovarsi a tavola ogni settimana in un posto diverso (e ricordo quando festeggiammo a Cava la promozione, temendo di uscire scortati dalla Digos in piena notte) a parlare anche per ore della storia non attraverso i risultati e le classifiche, ma i ricordi personali di ciascuno. Perchè la storia della Salernitana è Paolo Sessa che, un anno fa, ci ha fatto prendere un bello spavento, ma uscì dalla sala operatoria chiedendo chi avesse acquistato la Salernitana mentre stringeva tra le mani la sciarpa granata che gli fa compagnia all’Arechi da sempre. Perchè la storia è Enzo Lodato che, ricordando spesso anche chi non c’è più, è un almanacco vivente e di trasferte anche pericolose ne ha fatte tantissime. Perchè c’è un confronto tra vecchie e nuove generazioni che vale più di una partita o di qualunque iniziativa. Ieri siamo stati ospiti di una nota pizzeria di Sant’Eustachio, dopo mezzanotte eravamo rimasti praticamente solo noi e si avvicina il proprietario. “Ora ci porta il conto e ci manda via” abbiamo pensato tutti. Ed invece ci guarda, osserva la sciarpa e ci dice: “La pizza vi è piaciuta? Ora che ci penso..anche io ricordo una trasferta ad Ischia…” e via con un’altra ora tra aneddoti, confronti, ricordi, paragoni tra il calcio di adesso e il calcio di allora. Altro che “Non avete storia”: la Salernitana, nei suoi quasi 100 anni di vita, è riuscita a rappresentare e rappresenta ancora il fiore all’occhiello della città di Salerno, un simbolo dietro il quale si identifica e si rafforza il senso di appartenenza di una città, di una provincia, di tanti salernitani che lavorano all’estero. E quanto è bello ritrovarsi a tavola con le lacrime agli occhi a parlare di Salernitana con persone che, fino a qualche tempo fa, non conoscevo nemmeno. Ma senza le quali oggi non riuscirei a stare….Perchè LA STORIA SIAMO NOI….Alè Salernitana!

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