2010-11: zero euro, crisi, ma clima unico tra squadra e città. Sia da esempio

2010-11: zero euro, crisi, ma clima unico tra squadra e città. Sia da esempio

Se qualcuno pensa davvero che gli attuali risultati sportivi della Salernitana siano la causa principale del progressivo distacco dall’Arechi, è concreto il rischio di essere completamente fuori strada. L’anno scorso, tanto per rinfrescare la memoria, dopo la sbornia di emozioni in quel del Partenio erano appena 6500 i paganti per il big match col Frosinone

Se qualcuno pensa davvero che gli attuali risultati sportivi della Salernitana siano la causa principale del progressivo distacco dall’Arechi, è concreto il rischio di essere completamente fuori strada. L’anno scorso, tanto per rinfrescare la memoria, dopo la sbornia di emozioni in quel del Partenio erano appena 6500 i paganti per il big match col Frosinone giocato in un clima primaverile, orario comodo, con prezzi accessibili e la possibilità di avvicinarsi addirittura alla prima della classe. Stesso discorso poche settimane fa, quando post Palermo si è registrato addirittura il minimo stagionale: appena 7700 persone, praticamente gli stessi numeri garantiti finanche in serie D quando vigeva la scusa dei segni distintivi del colore delle magliette. La verità è che, senza la spettacolare coreografia inscenata dagli ultras, avremmo commentato con toni meno trionfalistici anche il dato dei 12900 che bagnarono l’esordio della Salernitana contro il Palermo. In altri tempi, dopo il buon mercato estivo, per la prima di campionato la domenica alle 18 a cospetto della corazzata, sarebbe stato sold out in almeno due settori su tre. Cosa sta succedendo? Parlare di calo di passione per i colori granata sarebbe bugiardo: il 19 giugno, senza una gara da giocare e in pieno orario lavorativo, c’erano quasi 5000 persone a colorare la città con sciarpe, bandiere e fumogeni pur di onorare il novantanovesimo compleanno della bersagliera. Nessuno mancò all’appuntamento: vecchie glorie, amministrazione comunale, ultras, provincia, club organizzati, ma soprattutto donne, famiglie, bambini, tifosi coi capelli bianchi che ormai da tempo mancano allo stadio e che pure amano visceralmente il cavalluccio marino e sono parte integrante e fondamentale di quel centenario che partirà tra pochi mesi.

Al netto degli errori commessi sul mercato, degli allenatori obiettivamente scarsi che si sono avvicendati sulla panchina, del comportamento dei calciatori che da lustri non incarnano i veri valori dello sport pensando solo al vile denaro e dei tempi che cambiano su tutto e per tutti, è troppo troppo evidente il distacco emotivo tra la società e la tifoseria. Non basta presenziare con il team manager e due tesserati alle inaugurazioni dei club nè far risparmiare 5 euro agli studenti universitari. Lotito e Mezzaroma dovrebbero interrogarsi concretamente sulle cause del disamore della piazza, un dato che diventa ancora più allarmante perchè il centenario viene una sola volta nella storia e si sta perdendo la grande e forse ultima occasione per ricompattarsi tutti dietro un’unica bandiera in nome dell’amore per la Salernitana che si tramanda di padre in figlio e che non ha mai conosciuto ostacoli nè categorie. Se è vero che parte della piazza pecca di presunzione, memoria corta e scarso spirito costruttivo (sui social è datato il gioco al massacro, ma senza che vengano proposte soluzioni civili e intelligenti ai problemi), è altrettanto vero che fa tremendamente male leggere ogni giorno di persone che restano a casa pur in possesso di regolare abbonamento. A chi giova tutto questo? Perchè non triplicare i punti vendita in città ed in provincia affinché i bambini comprino la tuta della Salernitana o la maglia di Rosina e Migliorini piuttosto che le divise di Napoli, Milan e Inter? Perchè non dimezzare i prezzi dei tagliandi favorendo nuclei familiari, provincia, disoccupati, centro sociali, studenti fino ai 18 e anni e scuole calcio? Perchè insistere con allenamenti a porte chiuse, lunghi periodi di silenzio stampa senza presentare ai tifosi e ai giornalisti una campagna abbonamenti che sarebbe un flop senza il contributo gratuito e disinteressato dei club organizzati?

Domande retoriche, purtroppo, ma ricordiamo a tutti che l’amore dei salernitani per la Salernitana va oltre il risultato sportivo e l’Arechi è vuoto non perchè la squadra gioca malissimo, perchè gli allenatori vanno puntualmente in confusione, per il mancato arrivo dei due top player che mancano o per la crisi economica! Con una programmazione trasparente, ma soprattutto un atteggiamento meno “calcolatore” e più epidermico ed emotivo siamo certi che ci sarebbero 10-15mila persone anche se la Salernitana giocasse alle due di notte contro l’ultima in classifica. Prendiamo da esempio l’annata 2010-11. Tutti sapevamo che la società sarebbe fallita, Salerno ha sopportato la vergognosa sceneggiata italo-americana con l’avallo di Lombardi, ogni settimana la Co.Vi.Soc faceva una minaccia diversa, in classifica furono tolti 6 punti per inadempienze, nessuno percepiva stipendio e l’immagine della Salernitana era irrimediabilmente compromessa a livello nazionale. Eppure tutta la tifoseria strinse un patto di ferro con squadra, calciatori, allenatori e direttore sportivo riconoscendo massimo impegno, amore per la maglia, voglia di salvare il salvabile anche a costo di rinunciare a soldi, occasioni lavorative allettanti o messe in mora che avrebbero posto fine anzitempo all’agonia. Risultato? Dai 1500 di Salernitana-Sud Tirol sospesa per l’esplosione di un forte petardo che stordì il povero Falzerano al 33mila della finale play off col Verona in uno stadio da brividi e che tremava già quattro ore prima del riscaldamento. E nel girone di ritorno anche i salernitani residenti al Nord, al Centro o assenti per motivi familiari o di salute comprarono il biglietto in segno di riconoscenza, pagando di tasca propria- assieme al Comune- le trasferte e offrendo alloggi e generi alimentari per aiutare i più giovani. Roba da libro Cuore, da ricordare per sempre e raccontare ai tifosi del futuro. Con Nicola Salerno in lacrime sotto la Sud a battere la mano sul cuore, Roberto Breda che seppe isolare il gruppo da chiacchiere e polemiche e i giocatori che hanno rinunciato a una barca di soldi commuovendosi ancora oggi quando parlano di quell’esperienza. Oggi la società paga tutto e puntualmente, ha un bilancio in attivo, realizza plusvalenze, ha investito nel centro sportivo, ha ricomprato il marchio, ha vinto tre campionati e due coppe, ha consolidato una categoria che certo non era scontata ed è esempio di gestione economica aziendale. Eppure le contestazioni e i fischi non sono mai mancati. E’ tempo di interrogarsi, ma soprattutto di capirlo: Salerno vuole vivere di emozioni, sentirsi parte integrante della vita della sua squadra del cuore 365 giorni all’anno, pretende rispetto non con i risultati, ma attraverso la conoscenza della storia e iniziative che esaltino il marchio a 4 mesi dai cento anni. Tutti sarebbero pronti a fare un passo indietro in presenza di progetti chiari, ambiziosi e con una proprietà che, vivendo maggiormente il territorio, imparerebbe a capire che nessuno pretende la A. Ma che la maglia granata venga onorata giorno dopo giorno evitando che l’Improta di turno sbeffeggi la curva o che l’Arechi- un tempo inespugnabile anche per le big italiane- diventi terra di conquista senza nemmeno opporre restistenza.

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