La storia siamo noi. Lettera aperta a Claudio Lotito

La storia siamo noi. Lettera aperta a Claudio Lotito

Caro presidente Lotito, sono uno dei tanti tifosi che ieri mattina, mentre era in viaggio per Ascoli sperando di sentir parlare di probabili formazioni, classifiche e tabelle play off, ha letto la sua lunga intervista sulle colonne di un giornale Nazionale. Sia chiaro che si prendono immediatamente le distanze dalle innumerevoli offese social che sfociano

Caro presidente Lotito,

sono uno dei tanti tifosi che ieri mattina, mentre era in viaggio per Ascoli sperando di sentir parlare di probabili formazioni, classifiche e tabelle play off, ha letto la sua lunga intervista sulle colonne di un giornale Nazionale. Sia chiaro che si prendono immediatamente le distanze dalle innumerevoli offese social che sfociano nella frustrazione e che nulla hanno di intelligente e costruttivo. E’ evidente anche che alcuni dei passaggi della sua intervista con scarso contraddittorio possono essere anche condivisibili: nessuno disconosce il miracolo sportivo fatto in questi anni (ritrovarsi dal nulla ad una B consolidata in così poco tempo non era semplice, nè scontato), la solidità economica, le competenze calcistiche e tante altre piccole cose che hanno permesso, ad esempio, ai tifosi di riavere la maglietta granata e il cavalluccio sul petto dopo 10 anni di assurde mortificazioni. Oggi, passeggiando per Salerno, non respiravo il clima di euforia che accompagna ogni vittoria della Salernitana in campo esterno. Allo stesso modo, da troppo tempo, anche l’Arechi è più freddo e meno trainante, finanche lo zoccolo duro si è emotivamente e numericamente affievolito. C’è un passaggio della sua lunga avventura alla guida della Salernitana che è stato sottovalutato: il rapporto con la piazza. Sicuramente è sacrosanto distinguere i ruoli: il presidente fa il presidente, il tifoso fa il tifoso e ognuno ha il proprio fondamentale compito. Ma il ritornello sulla storia, quello no. Non va bene. La Salernitana, a breve, festeggerà i suoi primi 100 anni. Lei e Mezzaroma avete l’onore di rappresentarla istituzionalmente e poco o nulla è stato fatto per esaltare ciò che questa squadra rappresenta per la gente dal 1919 ad oggi. Del resto se lei la storia la basa sugli anni di militanza in A è chiaro che non potevamo aspettare iniziative emotivamente coinvolgenti. La Salernitana non è “80% di campionati di serie C” (fatti comunque con grande dignità, in un Vestuti stracolmo che per un tempo fece tremare anche il grande Torino), ma una passione autentica, che si tramanda di padre in figlio, che ha spinto 1000 persone a seguire la sfida col Messico e Nuvole in terza categoria, 12mila folli a dare spettacolo all’Arechi contro il Monterotondo in D e che fa piangere di gioia a prescindere se si faccia gol al Meazza piuttosto che a Budoni. La Salernitana è il Vianema, è quel servizio di Telepiù che la premia come miglior tifoseria della A nel 1998-99, è la squadra che rappresenta una città che è stata Capitale d’Italia, che negli anni Novanta faceva stropicciare gli occhi a chiunque, che nel 2011, con un fallimento annunciato, portava 32mila persone sugli spalti grazie ad una simbiosi commovente tra calciatori che giocavano gratis e una città che  seppe spingerli verso l’impossibile.

Lei parla di serie A. Dovrebbe sapere che non è colpa dei salernitani se nel 1999 è andata in scena una farsa: ricordiamo ancora Parma-Piacenza, Venezia-Bari, Bettin, Rodomonti. Per quello squallore scritto a tavolino persero la vita quattro persone. E’ storia anche questa. Così come non è colpa dei salernitani se due presidenti hanno condotto la società al fallimento, uno dei quali penalizzato (e ingiustamente rimpianto, sia chiaro) mentre la sua Lazio godeva di un trattamento diverso. E’ un popolo che pressa, che a volte pretende e qualche volta esagera. Ma lo fa per amore. Quello disinteressato e che mette davanti a tutto senso di appartenenza e dignità. Se oggi, dopo una cavalcata trionfale, c’è un clima di disamore non lo si deve solo alla crisi economica, ai tempi che cambiano e ai fattori imponderabili. Contestazioni e scetticismo c’erano anche quando si vinceva. Nessun trofeo nè bilancio in attivo può essere più importante del rispetto reciproco che non deve mai mancare. E se i salernitani pretendono tanto è perchè indirettamente vi riconoscono un potenziale superiore a quello dei vostri predecessori. Quando si chiede chiarezza sulle ambizioni future, si eviti di guardare sempre chi sta peggio o ripetere il ritornello a memoria: c’è chi, con 3000 persone sugli spalti, ha fatto il doppio salto in un anno e mezzo costruendo stadi di proprietà e grandi settori giovanili. Si accorge che, il 19 giugno, ogni anno scendono in piazza bambini, famiglie, ultras, provincia, donne, tifosi coi capelli bianchi e molti di loro non vengono più allo stadio pur con l’abbonamento? La promessa dei 25mila? Da parte di chi non è dato saperlo, ma c’era anche la promessa di un progetto triennale, di “ambizioni anche internazionali” come lei disse in conferenza quella mattina del 26 luglio 2011, quando tutti vi accolsero a braccia aperte mentre a Roma camminava con la scorta.

La gente si sente tradita non per i risultati, non sottovaluta la bravura nella gestione del bilancio, sbaglia se crede che questa squadra sia scarsa. Il problema è emotivo: viva di più la città, sia più presente, non rinfacci colpe che non appartengono alla gente che è stata solo vittima dell’incapacità dei predecessori, dei soprusi arbitrali e di tante situazioni che rappresentano ferite ancora aperte.In qualche chiacchierata privata lei ha esternato rispetto, affetto e stima per i salernitani. Ora lo dimostri ancora di più. Basta porte chiuse, basta silenzio stampa, basta maglie viola e azzurre, basta ritornelli sulla serie D, basta alibi: Salerno ha diritto di sognare. Se lei ci proverà con rispetto e passione prima ancora dei conti che quadrano e del laziale che viene a Salerno (se li tenga, non ne abbiamo bisogno) vedrà che sarà applaudito a prescindere. Viceversa sarà solo un trascinarsi che sta sortendo l’effetto peggiore: far disinnamorare la gente proprio nell’anno più importante dal 1919 ad oggi. Di quella storia che non ha coppe, decenni di A o scudetti. Ma che è stata scritta dai tifosi, dalla gente, dai salernitani. La mia speranza è che lei e suo cognato rimaniate a lungo mantenendo le promesse, basando tutto sulla passione e portandoci in serie A a prescindere da regolamenti folli e che a mio avviso nulla vietano. Viceversa la si metta in vendita: non dichiarando soltanto quanto speso, ma anche tutti i soldi incassati in questi lunghi 8 anni. Per poi capire, contestualmente, chi vi ha promesso cosa quando dite che in cambio non avete ricevuto nulla. Non certo i tifosi. Senza il loro aiuto, probabilmente, si vivacchierebbe ancora in Lega Pro. Perchè la Salernitana può fare a meno di tutti, presidenti compresi. Tranne che della sua gente

Gaetano Ferraiuolo

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